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2004, per Henman la migliore stagione della
carriera…
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Henman esulta |
06/12/2004 - Dopo periodi passati nel buio della top
10, Tim Henman ha vissuto quest’anno la sua migliore
stagione nel circuito ATP. Non mi prendete per
pazzo: essere nei primi 10 non è un disonore, anzi…
Il punto del discorso, però, sta attorno ai
risultati di rilievo. L’idolo delle folle inglesi si
è finalmente espresso alla grande, raggiungendo per
ben 2 volte la semifinale in un torneo del Grande
Slam. Al Roland Garros, stupendo tutti, è andato
quasi vicino al colpaccio con Guillermo Coria, un
uomo che, sulla terra, può contare i propri rivali
sulle dita di una sola mano. Certo, Henman a Parigi
non ha potuto giocare un gran serve&volley, per ovvi
motivi, ma ha comunque impressionato per
l’adattabilità a questa superficie, fino a prima mai
dimostrata. Con le dovute proporzioni, c’è stato chi
l’ha paragonato, forse anche un po’ azzardatamente,
a quel gran mito di Bjorn Borg, capace di esprimersi
agli stessi livelli tanto sul rosso di Parigi quanto
sull’incantevole verde dell’All England Club.
Per i detrattori del talentuoso inglese, un 30enne
che, senza aver vinto nulla di importante, riesce ad
emozionarti per la sua tranquillità (forse solo
apparente), per lo sguardo pulito e per un gioco
fatto appositamente per i nostalgici, c’è anche da
rimarcare la cocente delusione patita a Wimbledon,
dove, dopo numerosi proclami che lo volevano sicuro
protagonista in un’eventuale finale con Roger
Federer, è stato eliminato dal 20enne croato Mario
Ancic. Lo svizzero in finale c’è poi arrivato,
“asfaltando” tutti con la sua classe cristallina e
la sua grinta nascosta.
Parlando sempre con il taccuino alla mano, Henman ha
vissuto la più grande stagione della sua carriera
nei tornei sul cemento. Ha infatti raggiunto la
finale di Indian Wells e la semifinale agli US Open,
match entrambi persi dal fenomeno Federer. E proprio
a Flushing Meadows, è stato impressionante il
cammino: dopo essersi detto fuoriforma
nell’immediata vigilia, Tim, passo dopo passo, è
giunto là dove nessuno si aspettava, fermato solo
dal fisico eccessivamente minuto per una superficie
tanto esigente come quella del cemento. Alla Masters
Cup di Houston, pur perdendo nel round robin, non ha
certo sfigurato, tenendo sulle spine prima Roddick e
poi Safin, quest’ultimo nel match decisivo per la
qualificazione.
Malgrado le ottime prestazioni nei tornei dello
Slam, quelli che contano davvero per intenderci,
Timbledon non è però riuscito a far suo nemmeno un
torneo ATP, pur prendendo parte alla finale di
Indian Wells. Un piccolo neo in una stagione da
ricordare, non solo per quanto descritto sopra ma
soprattutto per i sensibili progressi tecnici: il
diritto, colpo che fino alle stagioni scorse
faticava ad utilizzare con regolarità, è diventato,
come per i colleghi, un’arma per certi versi letale
e per altri interlocutoria.
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Timbledon saluta il pubblico |
Il servizio, poi, è
stato decisamente perfezionato: ora l’inglese non si
limita più ad un semplice top, ma varia molto sia
con gli slice sia con i kick, qualità queste
fondamentali in un gioco serve&volley come il suo.
La vicinanza di Paul Annacone, in sostanza, lo ha
portato ad una maturazione definitiva sotto
l’aspetto tecnico (raggiunta forse anche un po’
tardi, n.d.r.), anche se passi avanti altrettanto
cospicui non sono stati compiuti sotto l’aspetto
psicologico, che, da sempre, è il vero tallone d’achille
di Henman.
Non è stato seguito sotto il profilo fisico e
psicologico, forse perché ai tempi venivano
sottovalutati i due aspetti, forse perché
l’Inghilterra, dopo aver tanto aspettato un
campione, non ha saputo gestirlo presa dall’euforia.
Infatti, la forza interiore non gli manca (basti
pensare che si è ripreso egregiamente dopo la
scomparsa della moglie), però essa non è stata
plasmata quando si poteva ancora fare, cioè nel
periodo adolescenziale, dove una persona si forma e
diventa adulta. Ciò lo si nota anche dai suoi score,
dove sono presenti molti “stop” in semifinale;
questo avviene perché non è stato educato a
proiettarsi al di là di quel risultato, cioè la
finale, e a gestire una eventuale vittoria o
sconfitta. Inconsciamente, scattano così dei blocchi
mentali, come la paura di arrivare al successo in
una competizione importante e non saper gestire la
situazione. Ciò deriva da varie cause, come la paura
di non riconfermarsi, di non sapere come comportarsi
durante una finale, l’angoscia di non rispettare le
aspettative riposte da altri in caso di sconfitta, e
la paura di vincere (nikefobia). Questi sono aspetti
tipici dei giovani tennisti. Purtroppo, il problema
di Henman è proprio quello di essere un ragazzino
nel corpo di un 30enne.
Di:
Andrea Gallina e Giuseppe
Anselmo |
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