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Andy ad
Indian Wells |
20/3/2005 - Aveva trascorso
l'inverno tra mille proclami, silurando l'ex
amico Brad Gilbert con un licenziamento tanto
inatteso quanto sorprendente. Aveva poi deciso
di accamparsi alla corte di Dean Goldfine, il
coach americano che fu capace di condurre Todd
Martin alla finale degli US Open e che lo portò
fino alla posizione no. 2 del ranking mondiale.
Il 2005 di Andy Roddick era iniziato male, con
una sconfitta in semifinale agli Australian
Open, proprio contro Hewitt, ma dopo aver
superato 5 turni battendo sempre giocatori fuori
dalla top 25 del ranking. L'ex campione di
Flushing Meadows era arrivato a quella partita
con alle spalle appena 7 ore di gioco, 6 in meno
del suo avversario che, per giungere in
semifinale, aveva dovuto abbattere Rafael Nadal
e David Nalbandian in maratone di 5 set.
Insomma, Andy aveva deluso: tutti si aspettavano
una finale epica tra lui e Safin, e invece il
bicchiere era rimasto mezzo vuoto. Lasciatosi
alle spalle quella bruciante sconfitta, Roddick
aveva poi dominato il torneo ATP di San Jose,
bissando il successo da lui già ottenuto nel
2004. E poi, oggi... Il 22enne di Boca Raton
è stato ancora una volta sconfitto ad un passo
dalla finale, sempre da Hewitt, ma la storia è
andata diversamente. Roddick ha fatto vedere di
poter venire a capo dell'incontro, in più di
un'occasione: alla fine è stato fermato solo
dalla mala sorte e forse, dalla sua
testardaggine. Già, perchè è difficile
analizzare un incontro in cui tu, che con
servizio e dritto potresti spaccare il mondo, ti
ostini a palleggiare da fondo con uno che, lo
sanno pure i bambini, scambiando non commette un
errore diretto. Le perplessità riguardano, è
forse il caso di parlare ancora al presente, il
suo atteggiamento tattico. Chi è suo tifoso o chi lo
conosce come giocatore sa bene che, da qualche
mese a questa parte, Roddick sta tentando in
tutti i modi di snaturare il proprio tennis, con
soluzioni per lui inedite che, purtroppo, non
fanno altro che complicargli ulteriormente la
vita. Prendiamo un aspetto del suo tennis, e
giudichiamolo: il gioco a rete. Fino a qualche
mese fa non sapeva quasi cos'era, ora si ostina
ad andare spesso alla volley, con una
percentuale di successo inferiore al 30%. Perchè
è chiaro che, pur essendo un ottimo giocatore,
se non sai fare la volèe (sembra assurdo ma è
così) non puoi pensare di andare a rete e
imitare Edberg. Il discorso, ad ogni modo, vale
soltanto in alcune circostanze, quelle che
comunque contano di più: ogni volta che si trova
a giocare con Federer o Hewitt, i due che in
assoluto soffre di più tra i top 10, cerca di
sfruttare un effetto sorpresa, pur non essendo
in grado di mettere in atto un gioco per lui
insolito e dunque poco proficuo.
Concludendo, è forse giusto lasciare del tempo
ad Andy per completare la sua maturazione
tennistica. A soli 22 anni, è difficile
chiedergli di più: Federer e Hewitt, pur di un
anno solo più anziani di lui, hanno alle spalle
qualche anno in più di attività nel circuito. Ma
state certi che, domani o tra 10 anni, lo yankee
più conosciuto nel mondo del tennis tornerà a
lottare per i colori della "Stars And Stripes"
come prima di lui fecero Agassi e Sampras.
Di:
Andrea Gallina |