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Roger, la forza della lucidità |
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Federer a Rotterdam |
20/02/2005 -
Arrivava dalla sconfitta contro Marat Safin
nella semifinale epica degli Australian Open
edizione 2005, quella del centenario.
Osannato malgrado la resa, avvenuta in 5 set
tiratissimi durati oltre 4 ore di gioco ad
altissimo livello, il numero 1 del Mondo
aveva scelto la strada del silenzio. La
programmazione, certo, era stata decisa già
alla fine del 2004, ma lo svizzero aveva
preferito non rientrare in campo prima della
settimana che si è oggi conclusa, l’ennesima
trionfante di una carriera che, vuoi o no,
potrà solo regalargli immense soddisfazioni,
condite da brucianti rimpianti ad un passo
dal traguardo. A Melbourne, tra le altre
cose, era andato in frantumi il sogno
chiamato “Grande Slam”, un obiettivo per il
quale Federer aveva fatto carte false pur di
accamparsi alla corte di Tony Roche,
ammiratissimo coach australiano, grande
doppista degli anni ’70, che aveva ceduto
dopo oltre 10 mesi di serratissimo
corteggiamento. In settimana, gli avevano
chiesto quali fossero gli avversari che
temesse di più per il resto della stagione,
e lui, senza fare una piega, si era arrogato
il diritto di rispondere da primo della
classe, non facendo il nome di Marat Safin,
l’uomo rivelazione, forse nemmeno troppo,
dell’inizio della stagione 2005, colui che
più di ogni altro potrebbe davvero
impensierire il trono di chi, da un anno a
questi giorni, domina incontrastato la scena
del tennis maschile. Ed oggi, senza
impressionare per le sue doti tecniche, per
le quali si sono già spesi fiumi di
inchiostro, Roger si è aggiudicato il
prestigioso torneo ATP di Rotterdam, in
Olanda, davanti ad una folla di oltre 10000
spettatori. Cosa abbia fatto in più del
solito, come sempre, è lecito chiederselo:
ma la risposta rimane la stessa. Federer è
apparso addirittura stanco, sfiancato da
chissà cosa, infastidito dal non riuscire a
trovare quel livello di gioco che lo ha reso
tanto celebre al tribunale che conta, quello
in cui i presidenti si chiamano McEnroe,
Borg, Laver e gli altri. |
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La
classe del no. 1 |
La vittoria su Ljubicic,
giunta in 3 set combattuti quando alla
viglia si profilava già la replica della
finale di Doha ad inizio gennaio, è stata
l’ennesima, lampante dimostrazione della
preziosissima arma che, ormai da 2 anni a
questa parte, accompagna il 23enne di
Basilea in giro per il circuito: calma e
serenità gli imperativi, gioie e vittorie i
condizionali. Sono tutti tasselli, questi,
legati da un’implicazione logica di facile
comprensione. Dire che è scientificamente
dimostrato che quando non perde la calma
domina è un pochino esagerato, visto che in
Australia non andò propriamente così. Però,
Melbourne rimarrà la triste eccezione che
conferma la regola? Solo il tempo potrà
dircelo, intanto Federer si è portato a casa
il 24esimo titolo della carriera, il secondo
della stagione, l’ennesima finale vinta di
una striscia che non conosce, da Gstaad
2003, la parola fine.
E da domani, per la gioia di tutti i veri
appassionati di tennis, sarà d’obbligo
sognare una rivincita degli Australian Open,
magari in finale, sempre e comunque con
Marat Safin, all’ATP di Dubai.
Di:
Andrea Gallina
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