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Marat
può tornare grande, senza le “Safinettes”
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Marat in azione |
20/09/2004 - Il torneo di Pechino ha segnato, fra
l’altro al termine di una finale tutta russa con
Mikhail Youzhny, il ritorno al successo di Marat
Safin in una prova Atp Tour, quasi due anni dopo
l’ultimo, il Masters Series di Parigi Bercy 2002.
Certo, un lasso di tempo così ampio senza vittorie
non rende giustizia alle potenzialità di Marat, che,
però, deve incolpare soprattutto se stesso del lungo
digiuno. Infatti, da sempre, il giocatore di Mosca
alterna grandi prove a prestazioni sconcertanti, ma,
negli ultimi anni, gli exploit sono sempre più
isolati e sporadici, mentre sono senz’altro di più
le delusioni riservate ai suoi tifosi. Tanti sono
stati gli incontri letteralmente gettati al vento,
che hanno fatto così la fortuna di avversari
nettamente inferiori tecnicamente ma più affidabili
sul piano nervoso e tattico. E’ questo un
atteggiamento comune a vari esponenti del tennis
russo, in primis Kafelnikov, ma, ancor più del suo
predecessore Yevgeny, Marat sta letteralmente
scialacquando il suo talento. Una volta “arrivato”,
Safin si è seduto, denotando una ben scarsa
propensione ai sacrifici che comporta una vita da
atleta. Famose sono rimaste le tre procaci ragazze
che affollavano il suo box agli Open d’Australia
2002, quando arrivò in finale, ma, guarda caso, fu
inopinatamente sconfitto dallo svedese Thomas
Johansson. Da lì in poi fu coniato il termine
“Safinettes” e a quelle originarie ne sono seguite
non poche altre. Nulla di male in questo, se poi sul
campo Marat non continuasse a dimostrare clamorosi
vuoti di concentrazione, con un cervello non
all’altezza dei colpi.
Nella seconda metà del 2000, Safin ebbe un periodo
in cui fu quasi ingiocabile, culminato nel
prepotente successo agli US Open in una finale senza
storia con Pete Sampras, che, poco dopo, lo portò
naturalmente al vertice del ranking Atp. All’epoca
immaginare che quattro anni dopo quello sarebbe
rimasto ancora il suo unico titolo nelle prove del
Grande Slam era impensabile.
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Safin ride di sé stesso |
parziale attenuante rimane l’infortunio rimediato
nel 2003, cui ha fatto seguito una lunga
convalescenza, che ne ha compromesso gran parte
della stagione. Al rientro, Marat ha ben presto
piazzato l’acuto, tornando in finale a Melbourne,
dopo aver battuto Andy Roddick ed Andre Agassi. La
sconfitta con Roger Federer era ampiamente
accettabile, le premesse per un ritorno in grande
stile c’erano tutte, ma Safin ha ricominciato con i
suoi alti e, soprattutto, bassi.
Ora è arrivato questo titolo a Pechino, che gli ha
dato nuova linfa nella corsa alla qualificazione
alla Masters Cup, un appuntamento a cui sarebbe
delittuoso se mancasse.
Il moscovita è stato lungamente considerato il
giocatore con le maggiori potenzialità sul circuito.
Ora è definitivamente esploso Federer, un campione
al quale attualmente nessuno può avanzare il diritto
di paragonarsi, ma Safin, per non rimanere con
ulteriori rimpianti, dovrebbe essere lì, quanto meno
a lottare da vicino insieme ai vari Roddick e Hewitt.
Di:
Fabrizio Fidecaro |
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